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Brunetta Mateldi Moretti, artista del Novecento

"Come si impara a disegnare? Da bambini si impara subito, è come se dal bambino uscisse una coscienza del “voler riconoscere le cose”. Poi passa, è una delle tante curiosità, ma c’è il bambino che va oltre e che si lascia attrarre dalle forme più clamorose: dalla bellezza di tutte le cose che confluiscono poi per conchiudersi in una passione unica.

Disegnare vuol dire avere il coraggio di cimentarsi in una delle cose più difficili che esistano, sì, perché a disegnare non si impara mai: si disegna per la vita è come un matrimonio, non un concubinaggio, si disegna o si dipinge per sviscerare, impadronirsi di altre vite, per bersi gli occhi, i nasi, le bocche, le braccia, i piedi e tutto il resto di tanta gente, delle persone belle, brutte, buone o cattive, di impadronirsi dei paesaggi, del mare, del cielo.

Ma è sempre un mistero non sai mai quando sia l’ora giusta per disegnare, per disegnare “giusto”, con la vena – che è quella, che viene dal mistero."

(Scritto di Brunetta in Brunetta moda critica storia, Università di Parma, Centro studi e archivio della comunicazione, 1981)

Senza titolo, 1960
Senza titolo, 1943

Brunetta è vita, è sperimentazione continua, è lavoro senza sosta, è arte. Brunetta illustra la moda del Novecento, alla sua maniera. La ispira e la critica, con la rapidità del segno e la leggerezza dell’ironia.

Milanese d’adozione, piemontese di nascita, veneta d’origine, Brunetta Moretti nasce a Ivrea il 3 settembre del 1904. La sua è una famiglia di artisti. Il padre Antonio di mestiere è ufficiale nell’esercito, ma di attitudine è musicista, come tutti i suoi fratelli. La madre, Clotilde Tondelli, presta la sua bellezza alla pittura di Angelo Dall’Oca Bianca, posando in giovinezza per lui. Tutti i figli, le due sorelle e il fratello di Brunetta, sono educati all’arte.

È naturale per lei compiere studi artistici, prima all’Accademia di Belle Arti di Bologna, poi a quella di Torino; così come è naturale trasferirsi nella creativa Milano appena possibile, attorno alla metà degli anni Venti. A Milano vive anche Filiberto Mateldi (1885 – 1942), ha vent’anni più di lei, è attivo nel teatro futurista e nel mondo dell’illustrazione editoriale. È l’incontro che le cambia la vita, Brunetta lo considera il suo maestro. Fin dall’inizio della relazione si dedicano insieme all’illustrazione, lavorando anche per gli stessi giornali. I due si sposano nel 1930. Purtroppo nel 1935 Mateldi è costretto a letto per una grave malattia, fino alla morte, avvenuta nel 1942.


Portrait de femme, aprés midi, 1950

La carriera

Il percorso professionale di Brunetta è pieno di collaborazioni, di amicizie, di giornali. Non smette mai di disegnare. È illustratrice di moda soprattutto, stilista, costumista, cartellonista, pittrice, giornalista. L’esordio avviene sulle pagine della Domenica del Corriere, nel 1924, per la rubrica “In casa e fuori. Noterelle utili specialmente alle signore”.

Collabora con numerosissimi periodici e quotidiani: Il Corriere della Sera, Il Corriere dell’Informazione, Lidel, Il Dramma, la Lettura, la Scena Illustrata, l’Illustrazione Italiana, La Donna, Amica, Grazia, Fili Moda, Bellezza, Novità, Harper’s Bazaar, Vogue, L’Espresso. La carriera di Brunetta è ricostruita in maniera filologica dalla giornalista Paola Biribanti nel libro “L’ironia è di moda”, edito da Carocci nel 2018.

È una pubblicazione importante perché restituisce una figura unica della cultura del Novecento, non giustamente ricordata dopo la scomparsa avvenuta il 1° gennaio del 1989 nella sua Milano. Eppure a lei, a Brunetta, dobbiamo il patrimonio visivo di oltre sessant’anni di storia. Cronista attenta pratica l’osservazione come metodo di conoscenza, poi la sintesi grafica come strumento di comunicazione. Brunetta disegna rapidamente, durante le sfilate, le feste, le conversazioni. Il suo taccuino è pieno di vita che accade. È pieno di risate, anche. L’amica giornalista e scrittrice Camilla Cederna (1911 - 1997) la ricorda così “con quel suo segno secco e ironico, la precisione nel cogliere il lato ridicolo della moda, sia pur firmata dai Grandi”. “A Brunetta, dicevo, io riconoscevo anche una sua capacità quasi medianica: descrivo il play-boy del momento, ed ecco che lei me lo ritrae tale e quale senza averlo mai visto; e se parlo della svaporata, della mondana, dell’odalisca, naturalmente senza nominare l’archetipo, le facce sono sempre giuste, c’era chi s’offendeva perché si riconosceva nel disegno.

Senza titolo, 1949

Insomma un’artista speciale: ho sempre pensato che se non avesse lavorato in Italia, ma a Parigi o a New York, Brunetta sarebbe stata una grande star nel suo ramo: sempre sulle massime riviste, e strapagata, cosa che da noi (data anche la sua innata modestia) non le è mai capitato”.

In realtà a Parigi è di casa dal 1947, amatissima e ammirata dai grandi – Coco Chanel, Dior, Balenciaga, Jacques Fath, Jeanne Lanvin e Pierre Balmain. A New York è addirittura invitata da Diana Vreeland, famosa direttrice di Harper’s Bazaar e successivamente di Vogue.

Ma Brunetta sembra rinunciare alla carriera internazionale.

Anche se per lo storico dell’arte Carlo Arturo Quintavalle, Brunetta è “una parigina”. Si riferisce all’esperienza novecentesca dell’école de Paris, agli artisti stranieri che si ritrovano a Parigi e fanno della città francese il centro internazionale dell’arte.

Brunetta è “una parigina” per le sapienti influenze che l’arte del Novecento ha su di lei, dalle esperienze liriche della pittura italiana alle avanguardie europee fino all’informale e al pop del dopoguerra.

C’è in lei una coscienza pittorica sostenuta da una straordinaria capacità inventiva. Numerose sono le evocazioni artistiche, ma una in particolare merita di essere messa in luce, fosse solo per affinità di sentimento. È quella con Marie Laurencin (1883 – 1956), la parigina che dipinge ritratti e illustra libri nel tempo delle avanguardie, in compagnia di Guillaume Apollinaire, Picabia, Picasso, Sonia e Robert Delaunay.


Sette cappelli per un pomeriggio, 1959

I volti delle sue donne sembrano volere sfuggire alla definizione della pennellata, piatti sulla superficie lasciano spazio soltanto agli occhi, neri, profondi, mai sorridenti. Ci sono poi i cappelli indossati con naturalezza, anche quando appaiono scivolare via. Sono un simbolo chiamato a determinare, nell’attimo preciso, la personalità della donna ritratta. Le donne di Brunetta, realizzate tra gli anni Trenta e Cinquanta, hanno la stessa eleganza evasiva, i volti appiattiti alle demoiselles d’Avignon, e la stessa consapevolezza cromatica, una tavolozza fresca e luminosa.

Brunetta è artista.

Nella sua carriera non mancano le esposizioni nelle gallerie italiane e straniere. Ne ricordiamo alcune. La mostra del 1956 alla Galleria Apollinaire di Milano, dove espone disegni, guazzi e olii dedicati ai gatti, la sua grande passione. La mostra romana “Ritratti di donne e città” all’Obelisco, nel 1957, voluta dall’amica e collega Irene Brin: in esposizione ci sono anche i notturni di Roma, Venezia, Parigi, Londra. Le mostre milanesi: nel 1969 alla Galleria Gian Ferrari, nel 1977 alla Libreria Einaudi, nel 1981 in sala Alemagna nell’esposizione organizzata dal Comune “Le persone che hanno fatto grande Milano”. Le numerose mostre nelle Ambasciate e negli Istituti italiani di Cultura (Tokio, Bangkok, Melbourne, Kabul, Washington…), ma anche la celebre esposizione del 1977 nell’espace parigino dell’amico Pierre Cardin.

Sensazionale in pedana a Pitti Firenze, 1958

Nel 1981, in seguito alla generosa donazione di 1124 disegni al Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma, viene organizzata l’antologica “Brunetta. Moda critica storia”, il cui catalogo rimane un punto di riferimento.

Ricordiamo anche le “Metamorfosi” in edizione limitata (250 copie), pubblicate dallo stampatore d’arte Giorgio Lucini nel 1968: dodici tavole illustrate in bianco e nero per viaggiare con leggerezza nella moda del Novecento.


Il lato debole

Dal 1957 al 1976 Camilla Cederna e Brunetta firmano, sull'Espresso, una delle più celebri rubriche del Novecento "Il lato debole", ritratto ironico e disincantato della città del successo, Milano.

“In quella rubrica si descrivevano mode e modi, tic, frizzi, usi e costumi, nevrosi del momento. E nessuno come Brunetta avrebbe saputo illustrare con tale intuito quello che io scrivevo; - è Camilla Cederna a parlare - tac, un’occhiata al testo, ed era colto al volo il tipo di donna, di vestito, di mania….”.

Rapidità, essenzialità, innovazione: Brunetta riflette disegnando, e nel farlo incoraggia il sorriso, a volte il riso, del suo lettore.

C’è tutta Brunetta nelle illustrazioni per la rubrica “Il lato debole”, c’è tutto il suo coraggio di artista e di donna.

Mare più in su, 1967, Centro studi e archivio della comunicazione, Università di Parma

È un dolore grande per l’illustratrice la chiusura della rubrica nel 1976, ma Milano è cambiata. Non è più la città del successo, più americana di New York. E la sua autrice, Camilla Cederna, non può più occuparsi di costume.

Brunetta continua la collaborazione con periodici e quotidiani fino alla fine della sua esistenza, ricevendo premi e riconoscimenti. Per essere poi dimenticata subito dopo la morte.

A osservare la sua produzione, così ampia, si incontrano arte e vita e si vorrebbe non finisse mai: “Le mie mani, la mia mente non sono mai state inattive. Ho molto letto, studiato, guardato, ascoltato. Io sono fatta di poesia e pazienza”.

Senza titolo, 1949, Centro studi e archivio della comunicazione, Università di Parma

Il fungo e lo stelo, 1964, Centro studi e archivio della comunicazione, Università di Parma

Questo testo è stato pubblicato per la prima volta nel marzo 2019 sulla rivista d’arte online Aracne all’interno della rubrica Meraviglie. Storie di illustrazione di Silvia Paccassoni


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Silvia Paccassoni per Dorature. Storie di illustrazione - 2019

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