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Erté da San Pietroburgo, dalle miniature persiane alle copertine newyorkesi.

A ventitré anni firma la sua prima copertina per il magazine americano Harper’s Bazaar. È il 1° gennaio del 1915, Erté è già illustratore di moda, scenografo e costumista per i teatri francesi.

Fleur parmis les Fleurs, Harper’s Bazaar, 1917-1928

Solo da tre anni è a Parigi, arrivato da San Pietroburgo con il desiderio di studiare arte, nonostante il progetto del padre di una carriera nella marina zarista.

L’aristocratico russo Roman de Tirtoff sceglie di firmarsi Erté, dalla pronuncia francese delle lettere iniziali del suo nome, e diventa essenzialmente parigino. Dopo tre mesi all’Académie Julian, nel 1912, interrompe gli studi e porta i suoi disegni nel più famoso atelier di Rue de Faubourg Saint-Honoré alla ricerca di un impiego. Lì risiede il sultano della moda, Paul Poiret. All’inizio del 1913 Erté disegna abiti, giacche e cappelli. Conosce bene lo stile esotico e orientaleggiante dell’Art Nouveau e la sua arte è in pieno accordo con il gusto dell’epoca, rappresentato da Poiret.

Tanto che lo stesso couturier gli assegna il compito di disegnare i costumi dell’opera “Le Minaret” di Jacques Richepin per il Teatro del Rinascimento. La ballerina da vestire è l’affascinante Mata Hari.

Gli abiti creati per l’opera, gonne a pantaloni e ampie tuniche, influenzano la moda parigina del 1913 ed Erté diventa famoso nel mondo del teatro.


Scherazade, copertina Harper’s Bazaar, gennaio 1915

Poiret gli commissiona allora anche i costumi per “Le Tango”, un’altra opera di Jacques Richepin in scena all’Athenée Theatre. Il tango appare per la prima volta a Parigi nel 1908, diventa un vero e proprio fenomeno, diffondendosi nell’alta società e arrivando a Deauville, sulle spiagge della Normandia. All’esordio professionale nel mondo della moda corrisponde la frequentazione degli stessi ambienti, dai luoghi di soggiorno come Biarritz e Monte Carlo, al mondo dello spettacolo e dell’arte. Cosmopolita, conoscitore delle culture e delle lingue, amante della vita mondana, si lascia ispirare dalle persone che incontra: aristocratici, attori, produttori, editori, scrittori, galleristi e collezionisti d’arte. E all’esplosione della guerra, con la chiusura dell’atelier di Poiret, sceglie di volgere l’attenzione verso l’America. Inizia così la sua relazione con Harper’s Bazaar, diventata collaborazione esclusiva nel 1916 e durata fino al 1937 con una produzione di oltre 240 copertine. A lui il merito di avere posto il magazine americano sotto il segno dell’innovazione e dell’originalità, tanto da definirne lo stile, all’avanguardia per la resa spettacolare dell’immagine. Al centro la figura femminile: danzatrice, divinità mitologica, principessa orientale, creatura marina o floreale, libellula, è il segno che rappresenta a renderla unica. L’amore per il colore e le campiture piene e compatte, il decorativismo degli spazi e l’eleganza della linea curva impressionano la pagina, evocando una leggerezza ricercata e un’esuberanza precisa. La danzatrice, apparsa per la prima volta sulla cover di Harper’s Bazaar nel mese di novembre del 1920, distende il suo corpo in una curva innaturale ad arco, avvolta da un turbinio di strisce rosse e oro, volge il capo all’indietro per accogliere gli applausi del pubblico di cui si vedono solo le mani.

L’illustrazione di copertina di “The Winter Fashion Number” diventa opera con il titolo “Applause”.

Applause, serigrafia del 1981 dall’illustrazione per Harper’s Bazaar, novembre 1920

Souvenir, copertina Harper’s Bazaar, gouache, 1922, Metropolitan Museum, New York

In “Souvenirs”, cover del 1922, utilizza l’ampiezza dell’abito per costruire l’architettura della pagina e attraverso il decorativismo inserisce la figura nello spazio. L’immediatezza dell’immagine e il suo impatto diretto derivano in realtà da un lungo e dettagliato lavoro. Gli stessi disegni iniziali sono molto precisi, ricchi di dettagli e ben lontani dalla natura dell’abbozzo. Inoltre, la ricerca delle tecniche di stampa per la resa in riproduzione del colore lo coinvolge direttamente, tanto è importante mantenere il valore di unicità nella riproduzione seriale.


Disegno per pettinino, 1921, Metropolitan Museum, New York

Se l’Europa lo conosce come costumista teatrale e illustratore per riviste, l’America lo apprezza anche come fashion designer. In particolare, gli abiti creati per Scandal’s e Manhattan Mary, spettacoli prodotti dal newyorkese George White (1892-1968), si mostrano così eleganti e portabili da suscitare un nuovo interesse nei confronti di Erté. Dopo le riviste, il teatro e la moda, l’America gli apre le porte del cinema. Alla fine del 1924 la Metro-Goldwyn-Mayer gli commissiona scenografie e costumi per due film, “Paris” e “Monte Carlo” e per questo deve trasferirsi a Los Angeles.

Mentre Hollywood rende omaggio a Erté tra mostre e feste in suo onore, Parigi organizza l’appuntamento ufficiale con l’Art Déco, l’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes (aprile – ottobre 1925) e New York pubblica il romanzo di Francis Scott Fitzgerald, “The Great Gatsby” (10 aprile 1925). La mondanità internazionale è tutta lì su quelle pagine di copertina illustrate da Erté. Ed è questo il periodo in cui l’artista, di ritorno dalla California (1926), progetta la famosa serie dell’alfabeto dipinta in un arco di tempo molto ampio. L’ultima lettera è realizzata solo nel 1967, in occasione della mostra alla Grosvenor Gallery di Londra. Eppure, come scrive nei suoi ricordi, nonostante l’esecuzione sia così frammentaria, l’insieme è già completamente chiaro fin dall’inizio.

Serie dell’alfabeto iniziata nel 1927 e terminata nel 1967

“Come per ognuna delle mie opere (anche il minimo disegno di costume e di accessorio) vedevo dentro di me il risultato definitivo in tutti i particolari. Non ho mai potuto cominciare un disegno, mettermi con la matita in mano davanti ad un foglio di carta bianca, senza avere prima sviluppato nello spirito l’idea che volevo fissare, e averla sviluppata in maniera minuziosa”. Le ventisei lettere di Erté, dipinte a tempera con oro e argento metallico su carta, sono un’ulteriore prova della virtuosa capacità di astrazione grafica. L’atmosfera è ancora quella dell’Art Nouveau, nonostante il lavoro risalga al 1927: la linea flessuosa permette la creazione delle lettere attraverso l’intreccio dei corpi esaltati dai movimenti della danza. A un certo punto però la linea deve tradursi in geometrie e l’eccentricità del colore risolversi in forti definizioni, anche per l’uso del nero.



La copertina di aprile del 1930 per Harper’s Bazaar ne è un esempio, così come quella del maggio del 1929 “Optimism and Pessimism”. Il percorso di Erté sembra proseguire per sintesi come espressione della sua cultura cosmopolita, tra oriente e occidente. Anche il suo modo di lavorare rappresenta questo processo: dal dettaglio iniziale, attraverso la sottrazione, arriva all’essenzialità dell’immagine. Fino a questo momento la carriera di Erté si caratterizza per la varietà e la ricchezza delle commissioni, con lavori in esclusiva. A causa della crisi del 1929 la sua condizione finanziaria, così strettamente legata all’economia degli Stati Uniti, subisce un collasso che peggiora nei decenni successivi. Erté per la prima volta dal 1915 si trova nell’ombra. Occorre aspettare gli anni cinquanta perché la sua arte torni a suscitare interesse. Solo nel 1966 il Musée des Arts Décoratifs di Parigi dedica una mostra a “Les Années 25” ed Erté è ben rappresentato dalle sue opere. Alla mostra parigina segue la monografica newyorkese del 1968 nella Galleria Grosvenor degli Estorick. Tutte le 170 opere esposte vengono comperate dal Metropolitan Museum di New York. Il Department of Prints and Photographs (ora the Department of Drawings and Prints) e il Costume Institute divengono proprietari e conservatori delle opere di Erté.

Per celebrare la nuova acquisizione, il Met promuove la mostra dal titolo “Erté and Some of His Contemporaries”. Insieme a lui ci sono Léon Bakst, Raoul Dufy e Natalia Goncharova. È in questa occasione che il giovane editore e graphic designer Franco Maria Ricci, a New York, decide di dedicare all’artista una monografia nella collana “I segni dell’uomo” con testo di Roland Barthes. Il libro richiede due anni di lavoro ed esce a Parma nel novembre del 1970. Oggetto di studio della pubblicazione è l’alfabeto come rappresentazione “della civiltà delle cose e dei segni”. “Erté svela i poteri del déguisement simbolico, che ha, nei paramenti sacerdotali, un archetipo religioso; e disegna un alfabeto che elude ogni significato, che è al sevizio della lettera e non del discorso – scrive Franco Maria Ricci – Così, per via di incantamento e con quello stupore e innocenza che ancora oggi colpiscono chi lo avvicina, Erté ha modellato negli anni venti la forma implicita della donna di oggi”.


Glamour, serigrafia 1985

Negli ultimi decenni della carriera Erté diventa l’artista da collezionare: litografie, serigrafie, sculture e gioielli nascono dalle illustrazioni degli anni venti e trenta. La sua ampia collezione conta 20.000 opere su carta. Il 21 aprile del 1990, all’età di novantasette anni, Erté muore, è ormai un’icona del Novecento che ha trovato ispirazione nelle miniature persiane della sua infanzia e che sente la sua arte lontana da ogni realismo, anzi totalmente non realistica.











Questo testo è stato pubblicato per la prima volta nel giugno 2017 sulla rivista d’arte online Aracne all’interno della rubrica Meraviglie. Storie di illustrazione di Silvia Paccassoni


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